“La figlia della pazza” di Maria Rosaria Greco

L’umidità dei secoli si era infiltrata in ogni millimetro di quella costruzione edificata da mani di calli e pensieri felici. Era oramai diventata una giungla. Dalle crepe del soffitto si affacciavano lunghi steli di bocche di leone dai colori delicati; da lì entravano i fulmini spaventosi dei temporali della mia infanzia. Sotto quelle vene di mattoni la mamma metteva un secchio per raccogliere l’acqua di tufo, buona per il bucato. Ma nonostante tutti i disagi, noi lì vivevamo felici.

L’aveva costruita il nonno del nonno di mio padre.

E tra quelle mura erano trascorsi secoli, anni, stipati gli uni sugli altri, scanditi da battaglie combattute ovunque: al fronte, nella ricerca di cibo, nella semina, nei raccolti, nell’alternanza delle stagioni, nei matrimoni combinati, nelle copule frettolose, nei figli nati, in quelli morti. Nell’amore.Erano trascorsi tra quelle mura, e nel mio paese dalle strade incandescenti di meriggi estivi e scivolose di scirocchi invernali.

Al mio paese c’era uno splendido cimitero, l’unico luogo dove si potessero trovare aiuole curate e piene di fiori. Rose selvatiche che vivevano per tutto l’anno, guardiane spinose di simulacri eterni. La gente pensava che crescessero grazie alle lacrime di chi soffriva i distacchi. Concime prezioso per fioriture urticanti.

Nei terreni vicini, oltre il camposanto, si trovavano enormi piantagioni di tabacco. Pezzi di terra vivi, animati dal lavoro di intere generazioni di mani che raccoglievano le grandi foglie verdi e tese, le infilavano in collane tropicali con precisione chirurgica, e le stendevano al sole col garbo delle lavandaie, per poi attendere che si seccassero con la stessa pazienza di chi aspetta l’amore.

In quel paese ho conosciuto la nostalgia.Era un buio pomeriggio d’autunno. Ottobre. Il freddo cominciava a farsi sentire. Camminavo per una via centrale, passai vicino ad una corte, quei petali che ricamano e sostengono le strade vecchie, steli di una realtà antica. C’era un lampione fioco ad illuminare le ombre di case che racchiudevano respiri infreddoliti e bracieri pieni di carbonella profumata e carica di promesse. Niente di più caro dell’attesa di ritorni amati. La bottega di Ciccio era chiusa da una porta di legno logoro e di vetri opachi, che pure riuscivano a rimandare immagini di nonni baffuti che giocavano a carte, in un’ora serena che ristorava cuori e corpi, coccolati da un buon quartino di vino. E mani forti che brandivano carte unte come se fossero state d’oro. Un punto a scopa, e tutti felici. Dopo il lavoro, prima del sonno. C’era, in quel quadrato risicato, tutta la storia dell’umanità. Nonni, padri, figli in una catena forte a riempire passato e futuro. E presente, e la fortuna di viverlo e di annotarlo nella memoria, e portarlo con sé nel viaggio, dovunque conducesse.

Quando la mamma mi mandava ad acquistare i legumi nel negozio di Ciccio, mi incantavo a guardare quei sacchi pieni di cibo, vi leggevo storie infinite di uomini e donne che avevano accompagnato con sudore e levatacce quel lavoro certosino di raccolta da destinare ai loro simili. Cibo per vivere dignitosamente. Fu in quella bottega che crebbe la mia convinzione che basta la generosità della terra a sfamare gli uomini. E anche se non ne avevo forza e capacità analitiche per coglierne l’essenza, rigettavo, accompagnandole con mille inutili lacrime, quelle scene strazianti di agnellini stesi con le zampette legate fuori dalle macellerie soprattutto durante la Settimana Santa. Il loro canto pieno di funebri presagi è stato la cantilena delle mie notti di dolore muto e inconfessabile. Osceno. Come solo il pianto di un bambino può essere.

Passai da quel cortile nato col mondo, e provai un forte senso di lacerazione.

Ero una bambina, solo istinto, e non ne compresi sensazione e senso; corsi a rifugiarmi tra le braccia di mio padre, parte fondamentale del grande arazzo che era, a quei tempi, la mia famiglia. Lui mi tenne stretta al suo cuore, ed io provai un profondo sentimento di felicità. Forse per quell’immagine impressa nella mia mente, per quell’abbraccio così riempitivo e perso troppo presto, soffro ancora oggi, e sempre di più, ad ogni tramonto solitario.In quella vigilia di sera piantai il seme di un’inquietudine che mi avrebbe seguita e rincorsa ovunque e per sempre.

Conobbi Augusto quando avevamo entrambi vent’anni. Erano gli anni ‘80. Mio padre era morto improvvisamente a causa di un attacco cardiaco, lasciando tutti noi storditi dal dolore e dalla paura.

Iniziava una nuova vita.

Fu davvero molto difficile aprire gli occhi e non vedere, non udire, non avere vicino quell’ uomo buono, dolce, sempre pronto a infondere coraggio, a includere chiunque nell’armonia della sua esistenza, a donarsi. Nella casa di bocche di leone piombò una tristezza mortale. Le finestre restavano sempre chiuse, il giorno e la notte erano un’unica entità di fantasma. Mia madre si trasformò in un’ombra a cui non importava più niente di nessuno. E nessuno si curò di lei in modo opportuno; si sottovalutò il suo disagio, e dopo un po’ di tempo diventò per tutti La Pazza. Non dava fastidio, vagava per la casa, accarezzava i muri, piangeva, non parlava più. A volte sorrideva, mentre gli occhi sembravano seguire qualcosa di visibile solo a lei. Era placida e tranquilla, mesta e dolce. Un quadro, un cane muto, una nenia. La Pazza.

Conobbi Augusto esattamente tre mesi dopo il terribile devastante distacco da mio padre. Le parole dei sacerdoti delle varie Parrocchie non riuscivano a consolarmi, né quelle degli amici; avevo letto libri sulla morte, avevo cercato segnali del Cielo nel profumo dei fiori, nelle stelle del firmamento, nelle onde del mare. Niente. Non trovavo pace, ero arrabbiata, confusa, depressa. E provavo una pena infinita per quella bambolina dai sogni strappati che era diventata mia madre.

Ma avevo vent’anni, e mi innamorai. Non so quale peso ebbe la morte di mio padre nella nascita di quello che sarebbe diventato il mio universo. Cercavo improbabili somiglianze tra i ‘miei’ due uomini nei tratti del viso, nei colori forti di quel ragazzo tanto bello, ma trovai un solo elemento in comune: l’amore per la vita e poi per me. Ed era tutto quello di cui avevo bisogno.

Augusto mi sembrava un nome antico, un brutto nome che diventò stupendo man mano che cresceva il mio attaccamento al proprietario. Il nome più bello del mondo. Augusto diventò la mia carne, il mio sangue, il desiderio, il batticuore, la bellezza, il futuro, il sogno. Quando pensavo alla mia anima, la vedevo al di fuori di me, in lui. La ritrovavo nei suoi occhi e successivamente nei miei, quando riflettevano l’immagine di lui e del nostro amore. Era un ragazzo che entrava immediatamente in empatia con tutti, sempre sorridente, disponibile. L’amico perfetto, l’amore perfetto. Vivemmo insieme ogni emozione sia stata inventata a questo mondo. Provata, celebrata, esaltata. E durò, quella relazione. Crebbe tra i testi universitari, i viaggi all’estero, dove cominciammo a sperimentare noi stessi e la nostalgia, nei rifugi occasionali scelti per non contaminare la gioia del dono d’amore che facevamo l’uno all’altro; una sorta di pudore a cui eravamo stati entrambi educati. Imparammo ad amare il nostro paese, quello che avevamo dato per scontato. Le Chiese, le corti, le piazze, le strade alberate, le edicole dove ardevano ceri eterni a ricordarci che non potevamo vivere staccati dai Santi che accompagnavano i nostri passi e le cadute. Imparammo a guardare con occhi diversi i tramonti estivi, ammirandoli dalla stazione, dove l’odore del carbone si mischiava a quello di sansa delle fabbriche vicine, e disegnava tele che non avremmo dimenticato mai. Imparammo a tenerci stretto il ricordo dei nostri nasi freddi e rossi, esposti al gelo di gennaio, quando per niente al mondo avremmo rinunciato a partecipare ad una festa vera, e a sentirci compaesani del Santo che ci proteggeva dal suo eremo perso nel deserto. Vedemmo il mare insieme. Tornammo sulla spiaggia che aveva conosciuto i nostri passi bambini. Tornammo da innamorati che si tenevano per mano, avvolti dalla musica. Con lui niente sembrava uguale a prima. Con lui il mondo si era trasformato in poesia.

Ma finì, quell’amore. Nella vita di Augusto non poteva esserci spazio per me; per un gioco a scadenza sì, ma non per altro. Un tempo, poteva accadere che le mogli e i mariti venissero scelti dalle famiglie d’origine. E lui non poteva sposare la figlia della pazza. La sua era stirpe nobile.

No, ho sbagliato, non finì l’amore. Fu necessario ucciderlo. Lui non ebbe abbastanza forza per difenderlo, per gridarlo, per proteggerlo. Preferì sacrificarlo. Ed io fui costretta a raccogliere quel che di me restava, annientare quel dolore che mi toglieva l’aria e la luce, e andare via.

La mia stanza era piccola, bastarono due cartoni e due valigie per contenere una vita intera. I libri, la foto di mio padre, un’altra che ritraeva la mia famiglia per intero, al tempo in cui eravamo felici e non lo sapevamo. Una cartolina del mio paese, scelsi quella della stazione, (unica debolezza che mi ricordava Augusto ed il nostro amore). Bruciai le nostre foto, le lettere che mi aveva scritto, lasciai l’unico anello che mi aveva regalato al Parroco. Caricai sulle spalle di mia sorella l’amarezza dell’addio e l’incombenza del futuro di nostra madre, che viveva ormai da troppi anni in una esistenza senza dolore, protetta da un oblio rassicurante. Le dissi che non sarei tornata mai più al mio paese. Le dissi che non avevo un paese, un nome, una vita. L’abbracciai, e andai via senza voltarmi. Lo strappo non conosceva parole, era come la morte. Tutti cercarono di fermarmi, anche lui. E lo faceva per egoismo, per tenermi in qualche modo nei suoi giorni, perché non era in grado di lasciarmi; e neppure di tenermi con sé come sarebbe stato giusto. Ma ciascuno di loro parlava ad un oggetto che ormai non poteva più ascoltare. Ad una donna che non voleva sperimentare la pace del perdono, che era stata ferita a morte, e che quella morte aveva accettato con tutto l’odio possibile. Non mostrai nessun senso di grandezza, nessuna compassione verso chi aveva tradito il mio cuore. Poco importava che chiudendo la porta su quella che era stata la mia vita fino a quel momento, avrei annientato me stessa, il passato e il futuro. Il vuoto era terrificante e silenzioso, e non c’era alternativa che fuggire.

Da quel momento in poi i miei occhi videro cieli che restarono estranei per sempre. E con i cieli, le strade, la gente, gli alberi, la nebbia. La mia vita trascorse in un altrove non classificabile. Ogni tanto qualche telefonata a casa, qualche foto della mamma, mentre il tempo svolgeva impietoso su di noi il suo lavoro di ferite sulla pelle; un paio di incontri a metà strada. Poi anche mia sorella comprese che era tutto inutile, e mi lasciò in quella vita solo mia. Decidemmo, però, di affidare sentimenti e accadimenti all’inchiostro, così per anni ci fu tra noi una fitta,banale, affettuosa corrispondenza. Le chiesi di non parlarmi mai di lui. Non lo fece.

Il tempo trascorse. Pagine di calendario strappate senza pietà.

Poi arrivò la telefonata, a cui né mia sorella né io potevamo sottrarci. Tre sole parole: Augusto è morto.

Bastarono i soliti due frettolosi cartoni e le due valigie per contenere il tempo vuoto della mia esistenza. Tornai al mio paese, dopo vent’anni. Tornai in me. Era quasi buio quando rimisi piede in quel luogo della memoria che avevo custodito, intatto, nel mio cuore. Le luci fioche dei lampioni, che sembravano essere quelli della sera in cui avevo conosciuto la nostalgia, riflettevano gocce di pioggia fastidiosa e silente. Non c’era l’abbraccio di mio padre a consolarmi, ed io non ero più quella bambina dolce. L’asfalto bagnato brillava. Da lontano vidi un corteo ricco di gente e di lacrime, mani che si stringevano, baci umidi, una bara, condoglianze.

Augusto, l’unico amore della mia vita.

L’amore che il tempo non aveva cancellato, molto banalmente. Celebrammo il nostro ritorno qualche giorno dopo. Entrai nel cimitero del mio paese, portando un mazzolino di fresie bianche, raggiunsi la sua tomba ancora grezza, dove decine di pomposi mazzi di fiori tenevano compagnia a quell’uomo solo che continuava a morire, aspettandomi. Mi abbassai sulle ginocchia, accarezzai il tufo giallognolo, e finalmente piansi.
 Maria Rosaria Greco

Terzo  Premio Sezione C

Scorre un tempo ineffabile di tenerezza nel fiume della memoria, in quell’acqua del nostro passato che lambisce il nostro essere marinai di vita. L’aridità degli anni che si infiltra tra le crepe della casa e del presente, lasciando intravedere le pieghe dell’anima: l’infanzia felice, il sorriso del padre perso inopinatamente, l’immagine struggente della madre, “la pazza”, che vagola tra le macerie del suo cuore e l’amore, la delusione cocente che la protagonista ritova comunque nel mistero della morte.[ A. Teni]

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