“Il mio tempo è una prigione” di Erica Fiore

E feci del mio tempo una prigione

sentendo scalpitar l’anima inquieta,

al suon del ticchettio d’ogni candela.

Non c’è un’età per dirsi imprigionato,

e la tortura è lenta, è derisione

di un viaggio solitario e me viandante

prigioniera dei doveri e delle attese.

Vorrei viver di “vorrei” senza insultarmi,

senza pensar che butto il tempo in illusione.

Vorrei che alcuno mi guardasse senza attese

perché l’allor che fronti cinge asfissia il cuore.

Ogni anno è prigionia,

ed ogni foglia ed ogni ramo

son celle che dischiudon l’orizzonte.

E muore il giorno e il rintoccar delle ore spoglie,

per seguitar ciò ch’altrui vuole, fino alle doglie.

Dov’è la mia prigione? È dentro o fuori?

È il tempo che rifuggo, è convenzione,

è libertà già soffocata

dell’esser altro.

Vorrei viver di “vorrei” non di “vedrei”

e questa penna come scudo mi consola,

non c’è dolore più sfinente e corrosivo

di una lancetta: scorre lenta e già perfora.

E chi ti ha reso cavalier, tempo beffardo?

Che senso ha l’esser fioriera di traguardi

se un ingranaggio ha già deciso e non perdona?

Se il tempo fosse scelta e non prigione

chissà se il porto esisterebbe, e forse invano.

E se domani fossi spirto senza nome

all’infinito attraccherei: io barca, io capitano.

Aimè del tempo ognuno indossa una manetta,

ma non c’è pena più perfetta

per chi tace e invano aspetta.
Erica Fiore

Primo Premio Sezione B

La poesia, dall’impianto costruttivo classico ma non retorico, con versi che si snodano con un ritmo incalzante, è una profonda analisi del tempo e come esperienza metafisica e come misura dei respiri e degli struggimenti dello spirito, continuamente combattuto tra il sogno della libertà di essere se stesso senza travestimenti e l’accettazione dolorosa delle convenzioni che lo rendono schiavo. Uso sapiente delle figure retoriche e della parola con i suo vari significati, letterari e figurati. [A.Teni]

ph Eleonora Mello

ph Eleonora Mello

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