“Camera a sud” di Anna Serena Gatto

Così sono tornato nel mio Salento. Mi chiedo se posso ancora chiamare mia una terra da cui ho deciso di fuggire tanti anni fa in cerca di una nuova vita, di un futuro che mi sembrava impossibile trovare qui, soffocato nelle stradine bianche di calce del mio piccolo paese, che dormivano sotto il sole implacabile delle nostre lunghe estati. Ho scelto di andar via, strappandomi dal cuore le mille sfumature di azzurro del nostro mare, i riflessi d’argento degli ulivi, i ricami di pietra delle chiese. Ho voluto dimenticare il suono dolce del dialetto, la lentezza sonnolenta del nostro vivere, tutti i colori, gli odori, i sapori del mio Sud antico e magico. E, dopo essere riuscito faticosamente a costruirmi una vita in una grande città di un altro continente, così diversa, così lontana da quello che era stato il mio piccolo mondo, non ho voluto più tornare indietro. Non ce n’è motivo, mi sono sempre detto. Niente più mi lega a quei luoghi, niente per cui valga la pena provare nostalgia. Ho scelto una vita senza amore, senza dolore e senza felicità in una terra sconosciuta. Mi è sembrata l’unica alternativa possibile, tutto qui.
Fino a stamattina. Svegliandomi, ho ricordato un sogno che ho fattostanotte. Ero sulla spiaggia dove ho trascorso tutte le estati fino all’adolescenza. Nel sogno mi dicevo che doveva essere settembre inoltrato, perché era immensa e solitaria sotto un sole che aveva già la dolcezza dell’autunno. Il mare aveva “un riso azzurro, un brivido di seta” come in una poesia di cui non ricordavo il titolo né l’autore, ma solo questo verso che ritornava, quasi ossessivo, nella mia mente, insieme al respiro lieve delle onde.
E insieme a questa immagine, un’ansia improvvisa di tornare indietro, nello spazio ma soprattutto nel tempo, che mi ha fatto svegliare con il cuore che mi batteva forte e un tremito simile a febbre in tutto il corpo.
Mi sono alzato con un’urgenza davvero inspiegabile per una persona metodica e razionale come me, ho sistemato in fretta i miei impegni di lavoro, ho preso il primo aereo e ora sono qui.
Dato che siamo ormai alla fine di ottobre, non mi è stato difficile prendere in affitto una vecchia, piccola casa affacciata sui bastioni a strapiombo sulla scogliera. È scura e spoglia, odora di salsedine, ha le pareti incrostate di umidità; ma ha un minuscolo balcone proteso sull’immensità abbagliante del mare, e questo panorama che avevo voluto dimenticare mi comunica una sensazione di pace e di dolcezza mai provata in nessuna delle lussuose stanze degli alberghi che sono abituato a frequentare nei miei viaggi di lavoro.
Per la prima volta, dopo tanti anni, trascorro una giornata senza impegni né programmi, felice di smarrirmi nei vicoli contorti del piccolo paese, dove il tempo sembra essersi fermato. E, senza che me ne renda conto, i miei passi mi portano proprio sulla spiaggia del mio sogno. E’ così piccola rispetto a come la ricordavo, ma il colore dorato della sabbia e l’azzurro tenero e struggente del mare sono sempre gli stessi. Mentre resto immobile sulla riva, chiedendomi cosa ci faccio qui, il pomeriggio assolato sfuma in un tramonto color arancio e poi in un dolce crepuscolo blu, punteggiato dalle prime stelle della sera. Quando il cielo diventa nero e le stelle si moltiplicano, da un tempo remoto della mia vita precedente, tornano a risuonare nella mia mente i versi di una poesia di Neruda:“Fuori le punte del cielo scintillavano come pietre magnetiche/e l’odore della legna mi toccava il cuore/con dita come di gelsomino, come di alcuni ricordi”.
E d’un tratto risento proprio quell’odore, di vecchio legno impregnato di salmastro, l’odore di una barchetta di pescatori tirata in secco su quella spiaggia, in una notte d’estate di troppi anni fa.
Lontano, un gruppo di ragazzi intorno a un falò canta una canzone stonata, mentre uno di loro strimpella una chitarra.
Ma io non li ascolto e non li vedo, come non vedo le stelle né il mare, che pure offrono uno spettacolo magnifico. Vedo solo lei,seduta accanto a me sulla sabbia, con la schiena appoggiata alla vecchia barca, che mi sorride con la sua incantevole grazia, inconsapevole della tempesta che si agita dentro di me, mentre leggiamo insieme un libro di poesie che amiamo, alla luce di una torcia elettrica. E’ così vicina che potrei sfiorarla, ma non ho il coraggio di farlo, nonostante sia la mia più cara amica d’infanzia. La complicità che ci legava da bambini, quando ci tuffavamo insieme dagli scogli e tentavamo scherzosamente di spingerci sott’acqua (lei era molto più forte di me, spericolata e libera come un maschiaccio), ha improvvisamente ceduto il posto a uno strano imbarazzo. Marta ha tredici anni, lunghi capelli neri, un viso abbronzato da bimba in cui splendono i suoi occhi verdi, limpidi e ridenti. Io ho diciassette anni e, nonostante l’aria spavalda che ostento con i miei amici, accanto a lei mi sento tremare il cuore: tutte le meravigliose e poetiche frasi che vorrei rivolgerle naufragano in mille discorsi banali. Mentre raccolgo tutte le mie energie per riuscire almeno a sfiorarle i capelli, all’improvviso diventa seria e stringe la mia mano protesa verso di lei.
“È l’ultima estate che trascorro qui, Marco”. Il mio cuore si ferma ed è come se una voragine si fosse aperta nella sabbia per inghiottirmi. Lei continua, con un sorriso triste: “I miei genitori hanno deciso di trasferirsi in Australia, dove i miei parenti hanno già trovato loro una casa e un lavoro. Partiamo domattina … non te l’ho detto finora per non rovinare questi ultimi giorni insieme. Volevo dirti che mi mancherai, ecco”. “A … anche tu” riesco appena a balbettare con voce soffocata, sfuggendo il suo sguardo, perché non si accorga che ho gli occhi lucidi. Ora, devo dirglielo ora che la amo o non sarà mai più possibile.
E invece mi alzo in piedi di scatto, lasciando cadere il libro sulla sabbia; mormoro qualcosa riguardo all’orario di rientro a casa e la lascio lì, correndo via senza voltarmi. Non l’ho più rivista. Mi riscuoto da questo viaggio nella memoria e mi accorgo solo ora che sono le tre del mattino e fa freddo. Ritorno lentamente nella casetta e so già che non dormirò, quindi mi avvolgo in una coperta e resto sul balconcino a fissare il mare. Ora mi sembra di comprendere il perché della vita che ho scelto, senza amore, senza dolore né felicità. E mi domando a cosa sia servito tornare indietro. Immagino come si sarebbe svolta la scena che ho appena ricordato se solo non avessi avuto paura della forza di quel sentimento, se l’avessi presa tra le braccia dicendole ciò che provavo per lei. Mi sento ridicolo e patetico, un signore di mezza età che si commuove per qualcosa che non ha vissuto e non potrà mai più essere. Scuoto la testa come per scacciare definitivamente i fantasmi dei ragazzi che eravamo e decido che domani ripartirò. Stavolta non tornerò davvero mai più indietro.
Ora è mattino e il sole splende, come se fosse piena estate, nella stradina dove si trova la piccola casa in cui ho trascorso questa strana giornata fuori dal tempo e dal mondo. Attendo il taxi che mi porterà all’aeroporto.
Cerco di non lasciarmi commuovere dai colori vividi che mi circondano – il bianco lucente delle case, l’azzurro del mare, oggi più scuro sotto il vento di maestrale, il verde della pineta in lontananza – e provo a concentrarmi, senza riuscirci, sugli impegni che mi attendono al mio rientro al lavoro. Nella mia mente, però, risuonano i versi della poesia di Pablo Neruda che ha messo in moto la mia personale “macchina del tempo”, durante la notte appena trascorsa. Vedo una piccola libreria poco lontano e mi viene in mente che potrei cercare il libro che la contiene. Esitante, ancora incerto se assecondare questo strano impulso, spingo la porticina dipinta di azzurro ed entro.
Tra gli scaffali alti fino al soffitto e traboccanti di libri, scorgo un bancone di vecchio legno e mi sembra di avvertire ancora quell’odore, che mi dà una leggera vertigine. Dietro il bancone, una donna solleva lo sguardo dal libro che sta leggendo per posarlo su di me. Sul suo viso abbronzato, il tempo e chissà quale dolore lontano hanno inciso tante piccole rughe, senza riuscire a cancellarne la bellezza. Ma gli occhi sono sempre gli stessi: verdi, limpidi e ridenti. Sorridendo, Marta mi chiede: “E’ un turista? Non ne vediamo molti in questo periodo”. Non mi ha riconosciuto. Cercando di dominare il tremito nella mia voce, rispondo: “Sì, una breve vacanza, ma sto per ripartire. Avrebbe le Odi elementari di Neruda?” Mentre lei prende il libro dallo scaffale, io cerco disperatamente le parole per rivelarle chi sono ed esprimere finalmente tutto ciò che tengo rinchiuso nel cuore da troppi anni. Sento, però, la sua voce, indifferente ed estranea: “Lo sa che erano le mie poesie preferite, quando ero una ragazzina? A volte mi chiedo perché, visto che ora non mi dicono più nulla…” Non solo non mi riconosce, ma non ricorda affatto le nostre estati né quella notte. Tutto ciò che finora mi ha impedito di avere una vera vita per lei non è neppure una memoria lontana. Un sorriso sprezzante affiora sulle mie labbra mentre rispondo: “Sì, a pensarci bene ha proprio ragione…la vita è qualcosa di molto diverso dalle poesie, non crede? La ringrazio, ho cambiato idea.” Guardo l’orologio. “Mi scusi, il mio taxi sarà già fuori ad attendermi. Buona giornata”.
Fuori, il vento è diventato più forte e una nuvola ha coperto il sole. Il paesaggio mi appare improvvisamente grigio e triste. Nonostante tutto, provo uno strano sollievo, una specie di leggerezza sconosciuta, mentre cammino incontro ai miei nuovi giorni, senza più nostalgia né rimpianti.
Anna Serena Gatto

 Finalista Sezione C
VI classificato

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 Il racconto presenta descrizioni di profonda intensità, che rivelano un’anima emotivamente legata ai luoghi in cui si dipanano i ricordi. Lo stile è scorrevole e ammalia il lettore, in un crescendo introspettivo che attraverso il ricordo mette in luce il groviglio dei sentimenti dell’autore. La nostalgia e l’anelito al futuro caratterizzano una catarsi che nell’epilogo trova il ‘perché’ lasciando in chi legge una delicato senso di tristezza intriso di speranza. [M.R.Teni]