“Le pittulicchie” di Eugenio Rollo

“Nonna, mi racconti quella delle pittulicchie?” era la frase di rito, richiesta superflua perché la nonna, quando mi vedeva munito di seggiolina che trascinavo fino al suo letto, sapeva bene cosa volessi da lei. Era un rito, non quotidiano ma frequente, che dava a lei il piacere di sentirsi ascoltata da un frugoletto dagli occhi sgranati e a me il gusto di sentire quella voce che narrava la storia, sempre la stessa e sempre nello stesso modo, rassicurante nella sua ripetitività.

Ricordo perfettamente la stanza con il soffitto a volta e il rosone dipinto; la nonna era a letto, immobilizzata dalla sua malattia, ma la mente era sveglia, perfettamente lucida e non si negava a qualsiasi prova di tenerezza. Ricordo la mia seggiolina impagliata, a misura di bambino qual ero, con le stecche di legno chiaro e il giallo dell’impagliatura caratteristico delle sedie di campagna.

Ricordo perfettamente, nonostante il tempo trascorso abbia tracciato segni indelebili sul corpo e nell’anima, i dettagli, la luce attraverso l’unica finestra, i suoni della strada e gli odori che venivano dalla cucina dove mia mamma si industriava a produrre qualcosa che potesse piacere a tutti. Ricordo quando volevo diventare grande per andare all’asilo. Ricordo il senso di fame quando la nonna raccontava la storia delle pittule, anzi delle pittulicchie, ricordo tutto, eccetto la storia. Il sadismo del tempo aveva conservato tanti ricordi ma aveva cancellato proprio la magia che spingeva me e la mia seggiolina ai piedi del letto della vecchina.

È strano, adesso che ho tutto il tempo per pensare, adesso che i ricordi si affollano e sgomitano per emergere dall’oblio, vivo con dolore questo buco nella memoria. Non so dire quando ho dimenticato la storia, non credo sia stata colpa dell’incidente, tutto il resto lo ricordo con vivida chiarezza. Certo, nessuno intorno a me lo sa. I medici guardano ogni giorno la mia cartella clinica e i dati di vitalità, li sento discutere, qualche volta fanno sciocche battute sul mio conto, non sanno che riesco a sentire tutto quello che dicono. Le mie condizioni sono disperate, dicono, mi tengono in vita artificialmente, dicono. Non posso vederli, né il mio corpo reagisce agli stimoli. Non ho vista, né tatto, né gusto, ma riesco ad ascoltare e sento gli odori. Che cosa strana il cervello umano, l’incidente ha rotto qualcosa nella mia testa, ma i ricordi e i pensieri sono intatti. Solo la storia delle pittulicchie proprio non ritorna alla mente.

C’è un’infermiera che mi piace molto, sento il suo profumo quando arriva. Non posso vederla, ma la riconoscerei tra mille. La immagino dolce, come la sua voce, penso che magari potrei invitarla a uscire, corteggiarla, avere una storia con lei. Con la fantasia posso immaginare di far l’amore, perdermi nel suo seno che sogno sodo e accogliente, viaggiare per il mondo con lei e ridere, ridere di gusto. Già, mi mancano tanto le risate, posso solo immaginarle e ricordarle. Le risate con i miei amici, con le ragazze, con i miei nipoti. Però a pensarci bene mi manca tutto il mio corpo, non lo sento. Non sento il dolore né il piacere, non la fame e la sete, non il cuore in tumulto o la stretta allo stomaco di quando ci si innamora. Il mio mondo è fatto di pensieri, ricordi, parole ascoltate e odori.

Avevo le ginocchia costantemente sbucciate, inesorabilmente nello stesso punto, tanto che le crostine e le cicatrici si alternavano come le stagioni. Andare in bicicletta con gli amici era normale, allora, sin da piccoli. Giocare per strada con le biglie e i tappi delle bottiglie di bibita e i giochi che i bambini riescono a inventare con il nulla. Cadere era un atto quotidiano, ci rialzavamo e riprendevamo a correre. I visi rossi e sudati esprimevano la nostra gioia di vivere. Fotogrammi di una vita felice, ricordi vividi e vivaci.

C’è una nuova infermiera, oggi, sento un odore che non avevo registrato prima nella mia memoria. È un odore aspro, di medicina, non usa profumi, è impregnata dell’odore del suo lavoro. La sua voce è ferma, sicura, un po’ distante forse. Quanti anni avrà? Forse una quarantina, ma che importa? La sento armeggiare con qualche arnese, forse mi sta facendo un’iniezione o applicando una flebo, chissà, non ho sensibilità sul  corpo, posso solo immaginare. Ancora il medico, quello giovane. Fa un complimento sciocco all’infermiera, poi commenta ancora la mia situazione. Dice che non riesce a capire come mai sono ancora vivo. Grazie per l’aiuto, dottore, non sa quanto le sue parole mi rincuorino! È una dannazione sentire tutto, capire tutto. Se sapessero che ascolto e capisco tutto quello che dicono parlerebbero diversamente. Mi è sempre rimasto il dubbio se è giusto che il paziente conosca tutta la verità sulla sua malattia, ora mi rendo conto che è meglio non dire proprio tutta tutta la verità.

Ricordo la mia prima ragazza. Come si fa? Cosa si dice? E come si bacia? L’emozione del primo contatto tra le labbra, l’esplorazione, i mille dubbi e la paura di non essere all’altezza, di deludere, forse di poter essere preso in giro. Però il cuore batteva forte e il formicolio di piacere che precedeva un’entusiastica erezione resettava ogni incertezza. È pieno di tenerezza il ricordo della ricerca di capire come funziona davvero l’amore, toccarsi e chiedersi se si fa proprio così e stordirsi con la sensazione di essere avvolti dagli umori e dagli odori di un’eccitazione innocente ma travolgente.

Quanti piaceri avevo provato nella mia vita: il sesso, la gola, l’avventura. Ma poi c’erano quei piaceri insostituibili, più soffusi ma più profondi: l’amore, l’amicizia.

L’incidente ha interrotto il filo di tutto questo. Da quanto tempo sono qui in questo letto, in questa stanza? Non so dirlo. Mi sembra un’eternità, sono stanco. Sento dentro di me la voglia di lottare, di attaccarmi al quel filo sottile che mi tiene ancora in vita. Altre volte prevale lo sconforto, che vita mi attende? Vorrei lasciarmi andare, vorrei lasciarmi cadere tra le braccia di una morte consolatrice.

Ricordo quando lei mi aveva lasciato. Allora avevo desiderato di morire, mi ero sentito inutile, la mia vita non aveva più alcun significato per me in quel momento. Avevo versato fiumi di lacrime e nessuno dei miei amici riusciva a consolarmi. Ma ero giovane, tanto giovane e la disperazione non tardò a lasciare il posto alla voglia di vivere e di vivere bene, così che la memoria conservò i bei momenti trascorsi assieme e a quelli si aggiunsero tanti ricordi di altre lei che si alternarono ad arricchire la mia esistenza.

In fondo la mia memoria era più ricca di esperienze belle che non di episodi sgradevoli. Che belli i giochi dei bambini! Non serve un  granché, solo libertà e fantasia. Con le pietre di tufo disegnavamo sull’asfalto lo schema per giocare a campana, con i sassolini giocavamo a “truddhi” e le nostre mamme avevano il potere di riportarci a casa per la cena senza usare il telefono.

Ricordo le piante dei piedi indurite dalle corse sugli scogli e sulla spiaggia rovente. Eravamo atermici da bambini, non sentivamo il caldo né il freddo, solo la voglia e il piacere di esplorare i piaceri del mondo con tutti e cinque i sensi.

Ora me ne rimangono solo due, di sensi. Udito e olfatto. Non posso vedere, non posso sentire alcun gusto, non posso percepire alcun contatto sulla pelle. So che la mia infermiera preferita tocca il mio corpo per curarmi e pulirmi, ma non posso sentirla. Mi piace pensare che qualche volta mi accarezza, forse mi guarda con un po’ di pietà. Mi piacerebbe vedere i suoi occhi.

Tanti occhi nei miei ricordi. Gli occhi curiosi di mio fratello quando apriva i regali di Natale. Gli occhi severi di mio padre quella volta che avevo rubato una scatola di cioccolatini dal negozio. Gli occhi felici dei miei compagni all’uscita da scuola. Gli occhi tristi della mia amica che aveva perso il fratello. Gli occhi increduli del professore di greco quando avevo azzeccato finalmente la versione. Gli occhi innamorati di lei che mi cercavano. Gli occhi commossi dei miei genitori alla mia laurea. Gli occhi pieni di gratitudine delle persone che avevo aiutato. Gli occhi luminosi di mia sorella quando era rimasta incinta. Gli occhi carichi di terrore, i miei occhi, un attimo prima dell’incidente.

Cosa succede? Sono tutti allarmati. Sento la mia infermiera che chiama, non ha la solita voce tranquilla e rassicurante, è agitata, anche il suo odore è diverso, sa di paura. Entrano due medici. Rapidi, precisi, senza parlare stanno facendo qualcosa al mio corpo. Gli strumenti collegati al mio corpo emettono suoni acuti, strazianti. Un medico impartisce ordini, ma non riesco a capire quello che dice, ho una strana confusione in testa.

Però mi sembra di vedere qualcosa, adesso. Dopo tanto tempo vissuto nell’oscurità, non è più tutto buio, vedo un po’ di luce, come nella nebbia mattutina delle valli. Forse sto guarendo, riacquisto i miei sensi. Vedo delle ombre, figure sfuocate e offuscate, ma non sento più nulla.

Ecco, è più nitido adesso. Ci vedo! Ma dove mi trovo? L’emergenza è passata, ho uno strano senso di leggerezza addosso, mi sento bene. Qualcuno si avvicina, mi tende la mano. Chi è? Nonna! Nonna, sei tu? Da quanto tempo, nonnina! Nonna, mi racconti quella delle pittulicchie?
Eugenio Rollo

 Primo Premio Sezione C
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Il racconto prorompente nella sua rappresentazione del ricordo, lascia nel lettore il sapore ed il colore della tradizione salentina per eccellenza. L’autore nel descrivere le sensazioni legate al passato, dona una ridda di emozioni, accarezzando dolcemente il passato di ogni persona, in modi differenti e attraverso tradizioni differenti. Il ritorno alla vita è proprio un’affermazione della forza dei sentimenti generanti il respiro stesso dell’esistenza. [Mariantonietta Valzano]